Competenze, innovazione e autonomia strategica nell’era dell’intelligenza artificiale
Le grandi rivoluzioni industriali del passato sono avvenute con progressività e hanno richiesto tempi lunghi di adattamento per società, imprese e istituzioni. Le tecnologie digitali, e in particolare l’intelligenza artificiale, comprimono gli spazi e le distanze temporali: avvicinano le persone, impongono di pensare velocemente e ridefiniscono il concetto di sovranità e autonomia.
Pensare all’Italia del 2030 non può che partire dalla comprensione dell’eccezionalità di questa trasformazione, ogni giorno sempre più pressante e pervasiva. Lo stiamo osservando in questi anni: l’adozione dell’IA da parte delle imprese è passata dall’8,2% al 16,4% nelle aziende con almeno 10 addetti in soli dodici mesi. Nelle grandi imprese l’adozione sale al 53,1%, creando un divario dimensionale di 37 punti percentuali. La domanda di digitalizzazione cresce in sicurezza e gestione dei dati, nell’integrazione tra fisico e digitale nella manifattura e nei servizi. La Pubblica amministrazione, grazie al PNRR, ha messo in campo investimenti per circa 6 miliardi di euro, cui si aggiungono gli stanziamenti per sanità digitale e scuola, rendendo la PA più moderna e digitalizzata.
I cittadini intensificano l’utilizzo del digitale e dell’intelligenza artificiale per gestire trasporti, acquisti, studio e lavoro, fino alla gestione della vita domestica, senza dimenticare socializzazione e comunicazione interpersonale. Infine, l’industria della difesa è sempre più cyber, riducendo l’impiego di persone e utilizzando sofisticate armi digitali basate su IA per rispondere a minacce e sfide. In questo scenario, l’Italia del 2030 ha una sola opzione: mettere al centro gli investimenti in innovazione, gli unici che ci assicureranno protagonismo economico in qualsiasi condizione, sia di stabilità che di crisi.
A livello industriale, oggi l’impegno è tenere il passo con i competitor e restare agganciati alle filiere del valore globale. La nostra manifattura è ancora 2ª a livello europeo, 8ª nel mondo; l’industria genera oltre il 15% del nostro PIL. In futuro, queste posizioni dipenderanno dalla nostra capacità di integrare tecnologia e manifattura, tecnologia e servizi, tecnologia e ricerca, proseguendo il percorso di digitalizzazione avviato dopo la pandemia.
Se fino a oggi abbiamo utilizzato l’IA per migliorare i processi produttivi e renderci più efficienti, la sfida è pensare “nuovo”: creare nuovi prodotti e servizi, indirizzando l’organizzazione verso un modello “data driven” per tenere il passo con i competitor.
L’AI agentica sta già producendo impatti misurabili su produttività, costi e ricavi, con riduzioni dei costi fino al 30–50% e un potenziale incremento dei ricavi globali di 450–650 miliardi di dollari entro il 2030 (McKinsey). La futura AGI – Artificial General Intelligence – mostrerà tutta la forza di questa tecnologia nell’adattarsi, apprendere e trovare soluzioni in contesti eterogenei, amplificando le capacità di ciascuno. I settori che crescono di più nel mondo sono quelli della Physical AI, del medtech, dell’IA applicata alla manifattura: tutti campi in cui possiamo essere protagonisti facendo scelte coraggiose e chiare.
Per un sistema industriale come il nostro, fatto di imprese fortemente integrate nelle filiere, l’IA è un alleato prezioso per migliorare le interazioni, rafforzare coordinamento, resilienza e riduzione delle dipendenze critiche. Per le nostre PMI, che sentono la fatica della crescita dimensionale, si tratta di far scalare il proprio know-how puntando su modelli digitali adattivi che consentano di superare i costi della ridotta dimensione, favorendo la collaborazione tra imprese.
La tecnologia è e sarà il cuore della nostra capacità innovativa. Da essa e per essa passeranno autonomia strategica e resilienza di fronte alle crisi. Non si tratta di rivendicare principi di sovranità astratti: avere la possibilità di padroneggiare, gestire e difendere dati, infrastrutture e industrie dei prodotti di base come i semiconduttori è fondamentale e ci pone su un piano di reciprocità rispetto ai nostri partner. Stringere alleanze in una logica competitiva, basata su governance, ricerca, investimenti e partenariati pubblico-privati in grado di assicurare autonomia e collaborazioni tra imprese e tra Stati, sarà fondamentale per sostenere l’innovazione digitale.
Tutto questo dovrà avvenire in un contesto europeo, puntando su un’Europa forte sinonimo di libertà e integrazione dei mercati. Investimenti che dovranno tener conto della dimensione delle nostre imprese, della velocità dell’innovazione tecnologica e della necessità di affrontare una dimensione di intervento che nessuno Stato, da solo, può sostenere.
L’Industrial Accelerator Act presentato dalla Commissione europea segna un passo importante in questa direzione, valorizzando il ruolo dell’industria europea e individuando le strategie che lo sostengono: innovazione, ricerca, lavoro e competenze.
Su quest’ultimo punto è necessario un richiamo forte di tutto il sistema produttivo. L’innovazione tecnologica arriverà nella PA e nelle imprese ben oltre le nostre attuali capacità di previsione. Gli impatti sul mondo del lavoro mostrano al momento logiche di amplificazione delle capacità umane per le imprese che adottano IA. Tuttavia, la mancanza di competenze interne adeguate resta il principale ostacolo all’adozione tra le PMI e le imprese meno organizzate.
Nel breve termine: riqualificazione, formazione modulare e flessibile, attrazione di talenti.
Nel lungo termine: curricula scolastici e universitari co-progettati con le imprese, modelli di apprendimento innovativi che integrino fisico e digitale partendo dalle capacità di apprendimento dei nostri studenti e dalla funzionalità delle tecnologie. Occorrerà ibridare la formazione tecnologica con competenze trasversali perché l’IA non è solo una questione tecnica, ma di consapevolezza critica per evitare lo spiazzamento di chi non la governa e rischia di subirla. Un investimento che dovrà accompagnarci per tutta la vita, soprattutto oggi che l’inverno demografico allontana il momento dell’uscita dal mondo del lavoro e “obbliga” la convivenza di generazioni distanti in azienda, nelle PA e nelle scuole.
L’Italia del 2030 che vogliamo costruire richiede un cambio di passo culturale prima ancora che economico. Dobbiamo tornare ad avere fiducia nelle nostre capacità, pensare in grande e lavorare in modo coordinato tra sistema pubblico e privato.
Servono scelte chiare e condivise che mettano le risorse economiche dei bilanci pubblici dove è maggiormente atteso il ritorno degli investimenti: infrastrutture digitali, ricerca applicata, formazione continua, supporto all’innovazione delle PMI, partenariati strategici in ambito europeo.
Non possiamo permetterci di disperdere energie in mille rivoli o di rincorrere emergenze senza una visione di lungo periodo. La tecnologia corre veloce, la competizione globale è feroce, il tempo per agire è adesso.
L’Italia ha le competenze, il tessuto industriale, la capacità di innovazione e la creatività per essere protagonista della trasformazione digitale. Ciò che serve è la determinazione collettiva di investire con continuità, governare il cambiamento con intelligenza e costruire un futuro in cui tecnologia e umanesimo si rafforzano a vicenda.
Questa è la sfida del 2030. E questa è la responsabilità che abbiamo di fronte a noi.
Marco Gay, Presidente Unione Industriale di Torino
