Competenze, innovazione e AI per una vera transizione sovrana

Competenze, innovazione e AI per una vera transizione sovrana

La transizione energetica non si scontra solo con un problema tecnico. È più un problema di equilibrio: tra sicurezza degli approvvigionamenti, accessibilità dell’energia e sostenibilità ambientale. Tre obiettivi che, o si tengono tra loro, o cadono insieme, e che nessuna politica può inseguire singolarmente, senza considerarli inscindibili. È in questo equilibrio difficile che si misura la qualità di una strategia energetica, e dove competenze e innovazione smettono di essere slogan, per diventare leve concrete di governo e competitività.

L’intelligenza artificiale però entra in questo quadro con una duplice natura. I data center infatti, che alimentano i modelli più avanzati, sono oggi tra i vettori di crescita più rapida del consumo elettrico globale, con proiezioni che li portano a coprire una quota significativa dell’incremento di domanda entro il 2030. Ignorarlo significa pianificare la transizione con gli occhi chiusi. Ma fermarsi a questo significa perdere l’opportunità più rilevante: l’AI ottimizza reti elettriche, integra le fonti rinnovabili intermittenti, accelera la ricerca sullo stoccaggio e riduce i consumi industriali. Questo paradosso allora si risolve nella governance: un’AI orientata da una visione coerente produce più efficienza di quanta energia consumi. Quella lasciata a sé stessa aggrava le tensioni sulla domanda, senza raccoglierne i benefici.

Ed è qui che entrano in gioco le competenze. Non esistono infatti sistemi energetici intelligenti senza persone capaci di progettarli e governarli. L’Italia sconta su questo ritardi strutturali: profili ibridi, che sappiano leggere un bilancio energetico e gestire una piattaforma digitale, sono rari, mentre i curricula si aggiornano lentamente, i talenti migrano e le STEM sono sottovalutate. Il risultato è paradossale: un paese con eccellenze manifatturiere nell’automazione, nella chimica di processo, nella componentistica energetica, che fa fatica a tradurle in posizione competitiva nella nuova economia dell’energia. Colmare questo gap allora richiede un impegno sistemico, tra università, industria e istituzioni, che non si sostanzia in singoli finanziamenti non misurabili, ma costituisce filiere di competenze stabili e allo stesso modo dinamiche nel tempo.

L’innovazione allora è il secondo pilastro. Il rischio italiano è quello di replicare con la transizione energetica lo schema che abbiamo già visto nella rivoluzione digitale: consumatori netti di tecnologie, ma sviluppate altrove. Comprare pannelli, turbine, software di gestione e servizi AI senza partecipare alla creazione del valore significa decarbonizzare il sistema senza rafforzare la struttura produttiva del paese e dell’Unione. 

Sullo sfondo di tutto c’è – naturalmente – la geopolitica. Nell’era delle guerre risvegliate, l’autonomia strategica ha ridisegnato le priorità energetiche europee. L’Europa, difatti, ha imparato a caro prezzo nel 2022 il costo di una dipendenza — quella dal gas russo — mal governata. La risposta però non può essere quella di sostituire una dipendenza con un’altra: gas da un solo fornitore esterno, batterie cinesi, minerali critici concentrati in pochi paesi, solo per fare alcuni esempi. Perché autonomia strategica significa il contrario, ossia sviluppare capacità produttive proprio nei segmenti critici, non solo diversificando i fornitori, ma effettuando scelte di investimento che seguono logiche di priorità strategiche. 

Per l’Italia, paese mediterraneo con una storia originale di politica energetica internazionale, questa è un’opportunità che va oltre la riduzione delle proprie vulnerabilità: diventare hub energetico e tecnologico tra Europa e Sud globale è infatti la vocazione naturale del nostro Paese, per ragioni storiche, politiche e geografiche. Ma possiamo farlo solo presentandoci ai tavoli con una capacità industriale nostra, quantomeno europea, e non come subordinati a tecnologie ed esperienze altrui.

Allora competenze, innovazione e autonomia strategica diventano tre dimensioni di un progetto unico: decarbonizzare senza perdere sovranità e competitività. La transizione giusta infatti non ottimizza una sola variabile, ma è quella che tiene insieme tutto. E in un’epoca in cui le dipendenze si armano, questa non è un’ambizione visionaria. È la più pragmatica delle necessità.

Michele Vitiello, Direttore Editoriale Parlamento Magazine e Segretario Generale WEC Italia

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