Algoritmi solidi, competenze fragili: il rischio di un’Italia senza bussola
L’Intelligenza Artificiale non è una tecnologia qualunque. È l’infrastruttura invisibile su cui si stanno ridefinendo equilibri industriali, economici e geopolitici del XXI secolo. Non riguarda soltanto l’innovazione, ma il potere: chi lo esercita, chi lo subisce, chi ne resta escluso. Sicurezza, sanità, difesa, finanza: ogni settore è toccato. In questo scenario, l’Italia si trova davanti a una scelta che non può più essere rimandata: guidare questa trasformazione o accettare un ruolo marginale nel nuovo ordine globale.
I numeri sono inequivocabili. Nel 2025 il mercato italiano dell’IA ha toccato circa 1,8 miliardi di euro, in crescita di oltre il 50% rispetto all’anno precedente ma ancora lontano dai principali partner europei: la Germania supera i 10 miliardi, la Francia i 6 miliardi, mentre il Regno Unito ha mobilitato oltre 20 miliardi di sterline tra investimenti pubblici e privati (Osservatorio AI Polimi; Bain & Company). A livello mondiale, l’IA ha già superato i 2.000 miliardi di dollari di valore, con Stati Uniti e Cina in testa per investimenti in ricerca, infrastrutture e capitale umano (McKinsey Global Institute; Stanford AI Index 2024). È un divario che non è solo di dimensioni: è di visione, strategia e capacità di esecuzione.
Il ritardo italiano è soprattutto sistemico. Solo una piccola parte delle imprese utilizza l’IA in modo strutturato: l’8% delle PMI italiane ha avviato progetti significativi, una quota molto inferiore alla media europea (Commissione Europea, DESI). Molte aziende adottano strumenti generativi acquistati da fornitori esteri senza sviluppare competenze interne, senza integrare i modelli nei processi produttivi e senza costruire proprietà sui dati. Si utilizza tecnologia, ma non la si governa. È una modernizzazione superficiale che rischia di tradursi in dipendenza tecnologica e perdita di valore competitivo.
Alla base di questo divario c’è un problema di capitale umano. Secondo i dati Eurostat, l’Italia ha una quota di specialisti ICT inferiore alla media europea: circa 4% della forza lavoro, contro oltre 4,6% nell’UE e valori oltre il 6% nei Paesi più avanzati. Una parte limitata della popolazione possiede competenze digitali di base e la quota di laureati in discipline scientifiche e tecniche (STEM) resta bassa. Nel frattempo, migliaia di giovani qualificati scelgono di lavorare all’estero, attratti da salari più elevati, ecosistemi più dinamici e maggiori opportunità di crescita professionale (OCSE; Unioncamere – Excelsior). Il risultato è un doppio svantaggio: poche competenze formate e molte che se ne vanno, mentre la domanda di profili digitali continua a crescere.
Per invertire la rotta serve una strategia organica e di lungo periodo. L’IA deve entrare stabilmente nei programmi scolastici e universitari, non solo come disciplina tecnica, ma come competenza trasversale di cittadinanza digitale. Occorre rafforzare i percorsi STEM, investire nella formazione continua dei lavoratori, sostenere il reskilling nelle imprese e incentivare la collaborazione strutturale tra università, centri di ricerca e sistema produttivo. Parallelamente, è necessario rendere l’Italia più attrattiva per talenti e ricercatori: incentivi fiscali, percorsi di carriera competitivi, stabilità nella ricerca e un ecosistema favorevole alla nascita e alla crescita di nuove imprese tecnologiche.
Un altro fattore decisivo è la dimensione europea. Nessun Paese può competere da solo con la scala degli investimenti americani o con la strategia industriale cinese. Per questo l’Italia deve rafforzare la partecipazione ai programmi comuni, contribuendo allo sviluppo di infrastrutture condivise, supercalcolo, cloud sovrano, data space e sostenendo la nascita di campioni industriali europei dell’IA. Fare sistema in Europa non significa rinunciare alla sovranità tecnologica, ma costruirla su una scala adeguata alla competizione globale.
Accanto alle opportunità, tuttavia, emerge anche un rischio crescente: quello di un eccesso di regolazione. L’AI Act rappresenta un passo importante per garantire sicurezza, trasparenza e tutela dei diritti, ma se accompagnato da obblighi complessi, costi di conformità elevati potrebbe rallentare la sperimentazione e penalizzare startup e PMI. Mentre Stati Uniti e Cina accelerano su investimenti, infrastrutture e applicazioni, l’Europa rischia di diventare un mercato di consumo più che un luogo di sviluppo. La vera sfida sarà trovare un equilibrio tra protezione e competitività, evitando che la prudenza si trasformi in immobilismo.
Nonostante il ritardo, l’Italia dispone di risorse importanti: una delle basi manifatturiere più avanzate d’Europa, eccellenze nella ricerca, distretti industriali flessibili e una riconosciuta capacità di integrare tecnologia e qualità. Per trasformare questi punti di forza in vantaggio competitivo servono politiche industriali mirate, incentivi all’adozione dell’IA nelle PMI, accesso al capitale per le startup deep tech, partnership pubblico-privato e una governance stabile e orientata ai risultati.
La partita dell’IA non si gioca soltanto nei laboratori o nei data center. Si gioca nelle scuole, nelle imprese, nella pubblica amministrazione, nelle scelte strategiche e nella capacità del Paese di costruire una visione condivisa dello sviluppo tecnologico. Perché nell’economia degli algoritmi non vince chi usa la tecnologia più avanzata, ma chi sa svilupparla, comprenderla e orientarla verso obiettivi di crescita, sicurezza e autonomia.
Il tempo delle analisi è finito. Nell’era dell’Intelligenza Artificiale, restare indietro non significa perdere una tecnologia: significa rinunciare, passo dopo passo, alla possibilità di decidere il proprio futuro.
Come ricordava Alcide De Gasperi, “Le generazioni future non ci rimprovereranno tanto per aver sbagliato, quanto per non aver osato abbastanza”.
Ivan Accorsi, Alumni Scuola Politica Vivere nella Comunità
