La salute circolare e i Criteri Ambientali Minimi al centro del nuovo sviluppo sostenibile dell’agenda 2030
L’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile sottoscritta nel 2015 dalle Nazioni Unite e approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU identifica con i suoi 17 goals il superamento di un insieme di questioni importanti per lo sviluppo che prendono in considerazione in maniera equilibrata le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile – economica, sociale ed ecologica – e mirano a porre fine alla povertà, a lottare contro l‘ineguaglianza, ad affrontare i cambiamenti climatici, a costruire società pacifiche che rispettino i diritti umani.
A differenza di una partita di calcio, in questo caso i goals sono fortemente interconnessi tra loro. In parole povere, non possono esserci i 12 goals se prima non si sono realizzati gli altri 11 goals, questo perché l’agenda 2030 rappresenta a mio avviso il più importante documento filosofico ed umanista degli ultimi anni, scritto con l’unica finalità di salvaguardia della condizione umana e ambientale al tempo stesso.
Il goal 12 rappresenta il perno centrale dello sviluppo sostenibile da un punto di vista ambientale, ridurre in modo sostanziale la produzione di rifiuti attraverso la prevenzione, la riduzione, il riciclaggio e il riutilizzo, comporta necessariamente un cambio radicale del modello di gestione e di sviluppo dei processi industriali, rappresenta quindi la chiave principale per poter leggere congiuntamente il fenomeno della riduzione delle emissioni e dell’inquinamento con il fenomeno dello sviluppo industriale.
Il modello che le Nazioni Unite individuano nel goal 12 non ci dice di produrre meno, ma di produrre in maniera responsabile e soprattutto ci richiama ancora una volta all’idea di un’economia basata sul riutilizzo e non su quell’idea ormai superata dell’usa e getta che ha caratterizzato anche a livello mediatico l’idea di società dagli anni 50 ad oggi. Per capire a fondo l’idea di sostenibilità ambientale racchiusa nel goal 12 è necessario entrare nel merito e provare ad applicare questo principio al sistema Paese Italia, in particolar modo al settore sanitario e alle gare pubbliche.
Perché proprio il settore Sanitario? Perché il settore sanitario è anche il primo che ha capito a livello internazionale sin dal 2004 come fossero evidenti le conseguenze dei cambiamenti climatici rispetto alla salute dell’uomo, portando avanti ormai da più di 20 anni la politica ONE HEALTH ossia un modello sanitario basato sull’integrazione di discipline diverse che si fonda sul riconoscimento che la salute umana, la salute animale e la salute dell’ecosistema sono legate indissolubilmente. Rimanendo sempre in ambito sanitario, dai dati dell’Associazione Health Care Without Harm, che si occupa proprio di sanità circolare, il settore sanitario produce il 5,2% di emissioni nette globali, ovvero se il settore sanitario fosse un paese sarebbe il quinto in ordine di grandezza per le emissioni. Occorre quindi che anche il comparto sanitario, in particolar modo quello pubblico, possa completare il percorso di transizione green arrivando ad avere, come la definisce la virologa Ilaria Capua, Senior Fellow Global Health alla Johns Hopkins University of Advanced International Studies, una “salute Circolare”. Che qualcosa andasse fatto anche nel comparto sanitario per incentivare proprio il riutilizzo e la riduzione dei rifiuti fu chiaro durante il periodo pandemico del Covid con specifico riferimento al tessile utilizzato nel settore sanitario e all’utilizzo di dispositivi di protezione individuale e dispositivi medici finalizzati alla protezione da Covid. Per questo il legislatore attraverso l’articolo 229 bis del DL Rilancio, convertito dalla legge 2020, n. 77, ha previsto esplicitamente per il comparto sanitario l’utilizzo di DPI e DM riutilizzabili piuttosto che quelli monouso. Naturalmente la previsione normativa attuata poi dal Decreto contenente i Criteri Ambientali Minimi del tessile è stata valutata e approvata congiuntamente dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e dal Ministero della Salute a garanzia della sicurezza igienica e del profilo ambientale.
Si può quindi fare economia circolare riducendo l’inquinamento anche nel comparto sanitario? Si e siamo il primo paese europeo ad avere una norma specifica che lo disciplina e che ci avvicina quindi a modelli virtuosi di riduzione dei rifiuti.
C’è qualcosa ancora da fare? Si e tanto. Ad esempio, lo stesso goal 12 prevede che una leva dello sviluppo sostenibile anche a livello ambientale siano le gare pubbliche attraverso l’inserimento nelle procedure di acquisto dei Criteri Minimi Ambientali il cosiddetto Green Public Procurement. Attualmente la situazione italiana dell’applicazione dei CAM ce la dà, ad esempio, l’Osservatorio Appalti Verdi di Legambiente che nell’ultima edizione del 2024 fotografa una situazione non del tutto confortante a livello di conoscenza e applicazione dei CAM negli acquisti pubblici: infatti risulta che solo il 17% delle stazioni appaltanti riesce a monitorare in sede di esecuzione del servizio e della fornitura l’applicazione corretta dei CAM, se andiamo nelle ASL la situazione peggiora, ovvero il dato scende al 5%, mentre il 41% dichiara di avere necessità di ulteriore formazione. Se il green public procurement rappresenta una via obbligatoria, prevista anche dalle Nazioni Unite, c’è la necessità in Italia di fare di più centrando anche noi dei piccoli goals: come la formazione per la PA nello scrivere correttamente un bando di gara, la valorizzazione economica nelle basi d’asta per gli efficientamenti ambientali che le imprese fanno, il ricorrere ancora più frequentemente a DPI e DM riutilizzabili, il monitoraggio in fase di esecuzione dell’appalto. Alla luce di ciò si potrebbe prospettare, almeno negli appalti pubblici, anche una ricetta molto semplice che l’Italia potrebbe sperimentare sin da subito, ovvero paragonare i costi per l’efficientamento ambientali ai costi della sicurezza sul lavoro che non possono essere soggetti a ribassi durante la gara, in questo modo con la giusta valorizzazione economica e con il divieto di riduzione in fase di offerta, le imprese saranno chiamate a concorrere sull’efficienza e la qualità del servizio non sulla riduzione degli impatti ambientali. Rimanendo in ambito appalti pubblici, se crediamo fermamente, e ci crediamo, che il futuro debba essere green allora occorre evitare che sull’ambiente si facciano sconti.
Matteo Nevi, Direttore Generale di Assosistema Confindustria
